di Antonella Gennatiempo e Angela Maria Nitti

 

In occasione della giornata mondiale del bambino prematuro che si celebra il 17 novembre, abbiamo sentito l’esigenza di aprire una piccola finestra su questo mondo delicato, dedicando uno spazio ai bambini, alle mamme e alle famiglie che hanno vissuto o che si trovano a vivere questa esperienza.

Coerentemente con l’approccio della Scuola del Portare®, in questo articolo intendiamo portare l’attenzione a qualcosa che davvero ci sta a cuore da sempre: la relazione madre-bambino, in particolare e ancor di più se il legame è stato ferito e messo a rischio.

 

Chi è il neonato pretermine?

Secondo la definizione fornita dall’OMS – Organizzazione Mondiale della Sanità – il bambino “pretermine” o “prematuro” è un bambino nato prima della 37°settimana di gestazione.

Come è noto, minore è il tempo che il bambino ha trascorso in utero e minore è il peso alla nascita, maggiori sono le difficoltà ed i rischi cui può andare incontro nella vita extrauterina.

La nascita prematura espone il neonato a diversi rischi per lo sviluppo neuropsicomotorio futuro; un rischio pmaninarima di tutto biologico in quanto l’organismo del piccolo non è pronto alla vita extrauterina, ma anche un rischio “ambientale”, legato alla lunga degenza in TIN – Terapia Intensiva Neonatale, che si rende necessaria per la sua sopravvivenza.

Il bambino riceve stimoli sensoriali invasivi ed è sottoposto a manovre stressanti, oltre a sperimentare un innaturale distacco dalla madre, suo unico e fondamentale orientamento nel nuovo mondo in cui si ritrova a fare i conti prematuramente.

In questo senso si parla di “rischio relazionale”.

I bebè che vengono  al mondo precocemente non hanno bisogno solo di cure mediche ma anche di contatto e presenza; questo bisogno è avvertito profondamente dalle mamme che sperimentano un fortissimo desiderio di tenere il piccolo a sé, così come è giusto che sia!

 

Il “genitore pretermine”

Parallelamente all’esperienza del bambino, si muove e si realizza l’esperienza della neomamma.

Anche la mamma di un bimbo prematuro è una “mamma pretermine”. Anche lei, esattamente come il piccolo, non ha completato il periodo della gestazione e si ritrova catapultata in una realtà a cui, non solo non è preparata, ma che è notevolmente più complessa rispetto a quella realtà che ha immaginato durante l’attesa; lo stesso bambino sano e forte che ha immaginato durante la gravidanza è un bambino molto diverso da quello reale, sia in termini di immagine che di bisogni che esprime.

I vissuti della “madre pretermine” sono spesso densi di senso di colpa, inadeguatezza, smarrimento, frustrazione.

Esattamente come il neonato, la mamma non è pronta.

 

Le pratiche di accudimento per la “diade pretermine”

Ci piace citare un passo scritto da Eva Reich, donna e medico che ha dato un enorme contributo nell’introdurre procedure di accudimento del neonato pretermine che mirano a favorire il contatto fisico con la madre.

“Per lo sviluppo del bambino è straordinariamente importante che esso rimanga nel campo energetico della madre. Se la madre ha un campo energetico debole, anche le condizioni fisiche del bambino non saranno buone. Si tratta dell’interazione di due Sistemi, cioè di due campi energetici, che opera durante il parto ed immediatamente dopo (il cosiddetto periodo sensibile)”. (E. Reich 1997)

maniSecondo Eva Reich i neonati sentono e si emozionano esattamente come gli adulti ed il loro “campo energetico” è strettamente connesso con quello della madre. La madre e il piccolo necessitano una vicinanza fisica in particolare quando il distacco è avvenuto prematuramente.

La Kangaroo Mother Care e la pratica del “pelle a pelle” sono procedure che permettono di ricostruire uno stato fusionale molto vicino a quello che entrambi hanno sperimentato durante il periodo della gestazione.

La KMC nasce in un reparto di maternità della Sanità Pubblica a Bogotà, per supplire una carenza di incubatrici, evitare infezioni e abbondoni che avvenivano per la lunga separazione dei neonati dalle loro mamme.

Ricerche specifiche sugli effetti di tale pratica, evidenziano moltissimi benefici, quali: stabilità della temperatura, buon avvio dell’allattamento, meno infezioni, più stabilità cardio-respiratoria e crescita ponderale superiore ai bambini tenuti nelle incubatrici.

Ad oggi in Italia anche L’OMS afferma che “la marsupioterapia, ossia il tenere i neonati pelle a pelle con la mamma o il papà per un tempo prolungato, risulta essere molto efficace nel mantenere stabile la temperatura, nell’allattamento, e nella costruzione della relazione madre-padre-bebè”

Oltre ai dati scientifici che emergono dalle differenti ricerche su questo tema, le esperienze di accompagnamento a genitori di bambini pretermine raccolti in questi anni dalla Scuola del Portare®, confermano l’idea che non solo i bambini ma anche i genitori beneficiano di tale pratica.

Abbiamo potuto osservare come il benessere e il senso di competenza che i genitori maturano “portando i propri piccoli”, aumenti con il passare del tempo. È verosimile immaginare, quindi, che queste pratiche permettano di dare sollievo e via via rimarginare la ferita.

 

Il sostegno alla madre in TIN e a casa

La procedura del portare un bimbo prematuro può iniziare in ospedale. Il supporto di cui necessita si muove su almeno due livelli, uno più tecnico-pratico, l’altro emotivo.

Dal punto di vista squisitamente tecnico, gli operatori che sostengono la madre devono addestrarla al metodo della KMC, evidenziandone i benefici e l’impegno, essendo una procedura in cui viene richiesta la costante presenza della mamma (o del padre).

Dal punto di vista emotivo, il lavoro è molto delicato in quanto la madre va supportata nel processo di percezione e assunzione della responsabilità delle cure al proprio piccolo.

Ma il grande valore della pratica del portare si realizza pienamente dopo le dimissioni e il ritorno a casa. È lì che la diade si ritrova sola nella sua intimità, può ricostruire il legame interrotto e ricucire la ferita in un periodo ancora sensibile per entrambi. È tra le mura di casa, nel suo nido che la madre può costruire il proprio senso di autoefficacia e sentire profondamente la propria competenza genitoriale.

Pancia a panciaLe esperienze raccolte dall’operato della Scuola del Portare® in questi anni, rilevano una serie di comportamenti e vissuti dei genitori che si possono polarizzare in due principali aree.

Da un lato in molti genitori vive la paura. Per un tempo più o meno lungo,  i genitori sono stati “costretti”  a delegare al personale sanitario la cura del proprio piccolo; hanno vissuto il proprio bambino come “un bambino che potrebbe morire”; sono entrati in ospedale sentendosi sopraffare dall’ansia di sapere se il cucciolo è ancora vivo!

Con questo vissuto pregresso i genitori tornano a casa, con la paura di entrare in relazione e contatto con il proprio bambino senza assistenza, con la paura di causare danni e di non essere capaci di prendersi cura di lui.

Sulla polarità opposta si colloca la speranza e la possibilità. Finalmente a casa!

Si desidera ritornare alla vita quotidiana, dimenticando, lasciando andare via quell’esperienza terribile!

È possibile in questa fase che la mamma smetta di praticare la marsupioterapia sia per mancanza di tempo, sia perché associata a qualcosa che riguarda “l’ospedale” e quindi sgradevole.

È importante invece che la mamma e il papà continuino a “portare il bambino” e che entrino in contatto con figure preparate sia sul piano tecnico che relazionale, che gli permettano di sentirsi non soli in questo passaggio.

Attraverso un ascolto empatico e il sostegno nell’apprendimento di semplici tecniche di legatura della fascia, i genitori sono introdotti ad una modalità dolce e graduale di riappropriarsi di un proprio  spazio e delle proprie naturali competenze.

Nell’esperienza di questi anni della Scuola del Portare® le mamme “premature” seguite, rimandano quanto il continuare a portare sia stato funzionale non solo per il loro piccolo cucciolo ma anche per se stesse.

Sentirsi avvolte nella fascia, contiene anche la mamma, la calma e la rimette profondamente in contatto con sè stessa e il proprio piccolo, la fa riappropriare di una intimità perduta!

Il bambino piccolo portato bene con legature e fasce di tessuti e grammature adeguate, a seconda di quanto si presenta ipotonico o ipertonico,  rispettato nella sua posizione fisiologica, ritorna a sentire il battito cardiaco così come lo sentiva nel pancione poiché la sua testolina è adagiata sul petto.

La musica del cuore ritorna a cullarlo, assieme al movimento oscillatorio del corpo del genitore che lo riequilibra e lo rilassa, tutto ritorna così com’era, come doveva essere ancora.

La diade ritrova il suo “paradiso perduto”, l’odore della mamma e l’odore del bebè si fondono, la ferita del distacco viva in ambedue, “portando” inizia a sanare.

Non sempre il processo è facile e fluido, avvicinarsi al “contatto” non è scontato in quanto i genitori e i bambini prematuri, pur essendo in un bisogno profondo di recupero di “contatto”, dopo tanto tempo dove l’incubatrice e il personale sanitario ha mediato, hanno bisogno di tempo per rilassarsi insieme, per tornare a fidarsi,  per integrare tutto quello che è successo.  Il portare i bambini accompagnati da una Consulente del Portare formata secondo un approccio empatico e sensibile, può sostenere e facilitare questo meraviglioso processo di riavvicinamento. Aiutare i genitori attraverso l’ascolto attento e rispettoso di ciò che vive in ognuno dei componenti della famiglia in divenire.

 

Chiudiamo questo piccolo viaggio, con una citazione a noi cara.

Portando i bambini c’è un confronto emozionale tra chi porta e chi viene portato, ancor di più se il legame è stato ferito…Il dolore viene espresso da pancia a pancia, da cuore a cuore , da volto a volto, da occhi ad occhi…fino a quando l’amore fluisce di nuovo”

Irina Prekop

 

 

 

Bibliografia

– Bolby John (1982), Costruzione e rottura dei legami affettivi. Raffaello Cortina Editore

– Eva Reich, Eszter Zornánszky (2006), Bioenergetica Dolce. Guida al massaggio del bambino per risvegliare l’energia vitale. Tecniche nuove.

– Maurer W. (2000), La prima ferita, Firenze, Terranuova.

– Montagu A. (2011), Il linguaggio della pelle. Il senso del tatto nello sviluppo fisico e comportamentale del bambino, Verdechiaro Edizioni, Reggio Emilia.

– Rea L., Mamone P. (2000). Programmi d’intervento per i bambini nati prematuramente Giornale italiano di psicologia- rivisteweb.it

– Stern D.N. (2000), Nascita di una madre, Milano, Mondadori.

– Kangaroo Mother Care. Una guida pratica – Edizione Italiana del testo WHO a cura del Gruppo di Studio della S.I.N. sulla Care in Neonatologia